Deflusso minimo vitale

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Il Deflusso Minimo Vitale (DMV) può essere sinteticamente definito come “la quantità minima di acqua che deve essere assicurata per la sopravvivenza delle biocenosi acquatiche, la salvaguardia del corpo idrico e, in generale, per gli usi plurimi a cui il fiume è destinato”. Il concetto di “portata minima vitale” o “deflusso minimo vitale” è stato introdotto nel quadro legislativo italiano dalla legge 183/89 (art.3 comma1, lettera i) e poi ripreso dal D. Lgs. 75/93, dalla legge 36/94 e dal D. Lgs. 152/99.
E’ da sottolineare che il DMV non necessariamente coincide con il valore delle portate naturali di magra che in determinati periodi dell’anno possono essere, in alcuni casi, prossime a zero. In tali situazioni, il valore teorico di DMV è ottenibile, ove ritenuto necessario, con determinate azioni dei piani di bacino, mirate al raggiungimento di portate sufficienti a sostenere la continuità della “vita acquatica”, in particolare attraverso il rilascio di scorte accumulate nei periodi di disponibilità della risorsa idrica.
Il DMV è stato ed è uno strumento di particolare interesse gestionale concepito per far fronte alle situazioni critiche che si determinano negli ecosistemi fluviali per effetto della riduzione sensibile delle portate naturali, dovuta a captazioni di risorsa idrica, destinata a usi civili, agricoli o industriali, direttamente dai corsi d’acqua o da serbatoi (invasi) realizzati con lo sbarramento di fiumi o torrenti. Ampia è la gamma dei metodi proposti per la determinazione del DMV: si va da metodi basati su dati relativi alle portate naturali o sulle curve di durata delle portate a metodi sperimentali che utilizzano variabili idrauliche (velocità della corrente, profondità, granulometria del fondo) trasformate con criteri biologici che tengono conto dell’idoneità di tali variabili al mantenimento di specie acquatiche; più ambiziosi sono i metodi che si fondano sulla definizione e classificazione, in termini fisici e biologici, dei differenti habitat per valutare il loro contributo alla struttura e alle funzioni delle biocenosi fluviali. Sulla carta, il DMV si propone come strumento efficace per limitare gli eccessi di prelievi d’acqua e in molti casi ha contribuito a interrompere la tendenza a un aumento incontrollato delle captazioni. In pratica, ha concorso solo in modesta misura ad affrontare e a risolvere i problemi di scarsità dell’acqua nei fiumi e ad orientare l’insieme delle politiche idriche verso un uso più razionale ed efficiente, e meno conflittuale, della risorsa. Il limite è nell’approccio vincolistico con cui è generalmente inteso il DMV ed è gestita la sua applicazione. Non si deve dimenticare che gli utilizzatori delle quote più consistenti di acqua dei fiumi sono portatori di interessi forti che correntemente sono assunti come variabili indipendenti nel modello di definizione delle portate minime vitali. Dall’idea del DMV come vincolo assoluto appare sempre più importante passare ad una valutazione integrata dei valori – naturalistici, ambientali ed economici – connessi all’ecosistema fluviale e alle sue funzioni. Questo approccio è in linea con la Direttiva Quadro europea 2000/60. Impone infatti nuove metodologie (analisi costi - benefici, analisi a molti criteri) di valutazione di scenari alternativi di uso delle risorse del fiume, della risorsa idrica in primo luogo, che siano compatibili con la conservazione dell’integrità (o della buona salute) dell’ecosistema. Impone nel contempo anche nuove modalità di partecipazione, livelli più impegnativi di coinvolgimento responsabile dei portatori di interessi e di tutti i cittadini e percorsi negoziali trasparenti che portino a decisioni condivise.