Lagune deltizie
I più recenti studi ecologici sugli ambienti lagunari hanno segnalato un netto cambio di attenzione dal livello degli organismi e delle popolazioni (generalmente di specie “carismatiche” di vertebrati) al livello dell’ecosistema. Si è passati, in particolare, alla considerazione della centralità delle funzioni ecologiche e quindi dei servizi e dei prodotti che costituiscono il capitale naturale associato a questi ambienti. Per le lagune e per gli ambienti di transizione tra dominio continentale e mare sono state fatte stime monetarie del capitale naturale che ammontano a decine di migliaia di euro per ettaro per anno, valori nettamente più alti di quelli relativi ad un’equivalente area destinata a produzione agricola intensiva.
Le lagune sono generalmente caratterizzate da instabilità e rispondono al disturbo esterno, sia naturale sia antropico, in modo spesso imprevedibile. Sono sistemi fragili, connotati da elevata vulnerabilità. La loro stabilità, intesa come persistenza nel tempo, è condizionata dall’opera dell’uomo: per la loro conservazione è indispensabile adottare strategie di prevenzione basate su attività continue di sorveglianza e su interventi tesi a mitigare gli effetti di eventi di disturbo pesante e ad evitare l’instaurarsi di condizioni di degrado. Nei territori del Delta del Po occupati da lagune e da valli negli ultimi decenni sono state operate altre scelte. Si è puntato all’intensificazione di attività economiche concentrate in alcuni settori (agricoltura e acquicoltura in particolare), determinando l’emergere di pesanti criticità ambientali: alcuni nodi della rete delle lagune deltizie (come quello della molluschicoltura) sono stati pesantemente aggrediti e letteralmente intasati, altri sono stati abbandonati ad un’evoluzione spontanea e ad un inevitabile degrado. Si impone ora un disegno di ricostruzione del sistema ambientale deltizio centrato su politiche di gestione conservativa di risorse che sono di straordinario pregio naturalistico e paesaggistico. La tutela di queste risorse (le funzioni degli ecosistemi, ma anche i sedimenti di storia e cultura che vi sono inclusi) è la condizione per un futuro di sviluppo sostenibile che assicuri benessere e buona qualità della vita alle comunità locali.
Per le loro caratteristiche idromorfologiche (bassa profondità e debole ricambio idrico in alcune zone confinate), le lagune deltizie sono ambienti naturalmente eutrofici. Ma il loro trofismo è fortemente accresciuto dal carico esterno di nutrienti portato dai rami terminali del fiume e inoltre dal carico sedimentario assai consistente nelle aree occupate dalle colture di molluschi (mitili e vongole filippine). Gli effetti dell’eutrofizzazione sono stati devastanti, in particolare nella Sacca di Goro, dove per molti anni si è assistito ad una crescita abnorme di Ulva, una macroalga bentonica flottante: in ampie zone della sacca, per effetto dell’accelerata decomposizione dell’imponente biomassa di Ulva, si sono ripetutamente verificate crisi estive provocate dall’estendersi all’intera massa d’acqua di condizioni di anossia e dalla connessa sequenza di drastiche modificazioni nei cicli del ferro e dello zolfo, del fosforo e dell’azoto. Il rilascio di composti altamente tossici come i solfuri ha provocato, ad ogni crisi distrofica, estesissime morie a carico dei maggiori comparti trofici della biocenosi (compresi quelli occupati dalle specie di molluschi coltivati, con danni rilevanti in un settore chiave dell’economia locali). Negli ultimi anni si è verificato qualche sensibile miglioramento dello stato ecologico delle lagune del Delta del Po: nella Sacca di Goro effetti positivi sono stati ottenuti in seguito ad opere a mare tese alla riattivazione di un più vivace idrodinamismo. Ma è evidente l’esigenza di intervenire prioritariamente sui pesanti fattori di pressione antropica che continuano a gravare su questi ecosistemi e di apprestare, a questo fine, piani di monitoraggio integrati con lo sviluppo di qualificate attività di ricerca.
Merita particolare incoraggiamento lo sforzo di ricerca per l’individuazione di indicatori di integrità ecologica e di vulnerabilità degli ambienti lagunari, anzitutto per adeguare le normative nazionali in materia di tutela delle acque dall’inquinamento (Decreto Legislativo 152/99), estremamente carenti e praticamente inapplicabili, ai criteri e alle indicazioni della Direttiva 2000/60 dell’Unione Europea. Numerosi descrittori e indicatori di vulnerabilità sono stati elaborati a partire da dati di composizione e struttura delle biocenosi, in particolare della comunità rappresentata dalla macrofauna bentonica. Più ambizioso è il tentativo di mettere a punto indicatori funzionali basati sulle misure dei tassi di produzione primaria e di decomposizione e sulla quantificazione di processi chiave dei cicli biogeochimici. Un semplice indicatore di qualità ambientale è desumibile dalla composizione delle macrofite: la prevalenza di fanerogame radicate (ne sono esempi Ruppia e Zostera), che per la loro struttura chimica sono assai più refrattarie delle macroalghe alla decomposizione, segnala indubbiamente una condizione ambientale di più bassa vulnerabilità.

