Sobrietà Felice
Recensione di Federico Taddia. Tratta da "La Stampa" www.lastampa.it
Una guida insegna ai bambini a divertirsi con sobrietà. Niente "console" ma attività di gruppo
Battagliare a colpi di palline di carta, camminare per la stanza facendo finta di avere le molle sotto i piedi, superare a coppie un percorso a ostacoli con i piedi legati o ritrovarsi due a due ad occhi chiusi riconoscendo il proprio verso. Per gioco e per divertimento, e per scoprire che la felicità può essere altrove rispetto ad una partita con la Wii o un pomeriggio passato a smanettare al computer.
«Che la sobrietà sia fonte di gioia non è certo una novità, e la teoria della decrescita felice ha mille testimoni; quello che abbiamo fatto noi è stato partire dai bambini, per far vivere l’esperienza di felicità diverse utilizzando il linguaggio che meglio conoscono: il gioco». Sara Marconi, scrittrice torinese, insieme a Francesco Mele, formatore ed esperto di giochi, per anni hanno lavorato nelle scuole di Prato e provincia elaborando percorsi e attività finalizzate al far toccare con mano ai più giovani che si può essere contenti anche senza cadere nella gabbia della sovrabbondanza. Ed ora hanno raccolto tutti questi giochi e spunti in un libro intitolato «Sobrietà felice» (La Meridiana). «Niente di moralistico e lungi da noi ogni deriva di insano e banale buonismo - spiega la Marconi -. Il punto non è che avere tanto è cattivo e avere poco è buono. Il punto è spostare il centro sul significato di felicità, mettendo al centro non l’oggetto ma la relazione scardinando pregiudizi legati al mondo degli adulti. Come per esempio il pensiero che ci si possa divertire solo in presenza di giocattoli costosissimi o che la vera felicità derivi dal possedere sempre un qualcosa più degli altri».
L’abitudine al limite, il perché delle regole, il concetto di desiderio, parole complicate da spiegare come semplicità, cooperazione, fiducia, prendono quindi vita attraverso giochi di gruppo, facili da spiegare e intuitivi, e che necessitano di materiali minimi e di pochissima preparazione. Cercare di occupare uno spazio in una stanza ad occhi chiusi, senza toccare i compagni, dimostra che le cose possono diventare più complicate in presenza di altri limiti. Ritrovarsi a coppie, sempre ad occhi bendati, urlando il proprio verso tentando di ritrovarsi nel caos totale ti fa vivere l’esperienza di desideri diversi che tendono a sovrapporsi e contraddirsi. Liberarsi il prima possibile delle palline di carta in proprio possesso, buttandole continuamente nel campo avversario diventa l’occasione per una sfida all’ultimo colpo dal divertimento garantito, e dove si capisce a suon di risate che la felicità può davvero essere a costo zero.
«Alcuni di questi giochi sono stati inventati da noi, altri sono stati presi copiati e adattati - aggiunge la Marconi -. Ma davvero tutti, insegnanti, educatori e genitori, possono utilizzarli e sfruttarne la loro potenzialità. La cosa importante è non cercare di spiegare a parole obiettivi e finalità: ai bambini le parole non interessano. Le cose non vogliono ascoltarle, vogliono viverle. E viverle assieme ad altri bambini, per capire che si può davvero essere felici partendo dallo stare insieme».
E se lo stare insieme si trasforma nella capacità di chiudere gli occhi e lasciarsi cadere all’indietro avendo fiducia che i compagni ti sorreggano oppure in uno scambio di regali, dove il dono non viene dato ma solo urlato ad alta voce, non è più questione di cosa sia più giusto o più bello: quello che conta e che i bambini hanno ritrovato il gusto del giocare. Nel nome della felicità.


